venerdì 7 ottobre 2011

Bolla mediatica o semplice meteora? Ascesa (e rapida discesa) del campioncino americano Freddy Adu


Quando, all’età di 14 anni, Freddy Adu firmò quello che per un bel po’ di tempo è stato il più redditizio contratto mai sottoscritto da un calciatore militante nel campionato statunitense, tutti guardavano alla giovanissima seconda punta di origine africana come al possibile crack del calcio made in U.S.A.. Quel “Messia” che, seppur giovanissimo, avrebbe finalmente permesso al movimento calcistico a stelle e strisce di elevarsi dallo status di cimitero degli elefanti a quello di nuova Mecca del calcio mondiale, sia a livello strettamente tecnico che commerciale. Per capire perché, almeno sino ad oggi, Adu non ha mantenuto le attese che forse in troppi avevano riposto in lui, occorre ripercorrere dall’inizio la sua già lunga carriera.

Nato a Tema, in Ghana, Fredua Koranteng Adu si trasferisce all’età di 8 anni con la sua famiglia negli Stati Uniti, precisamente a Rockville, Maryland. Con sé, dalle strade del porto della sua città di origine ai verdi campi della Sequoyah Elementary School, porta soprattutto la grande passione per il calcio. Scoperto da un osservatore locale, inizia subito a bruciare le tappe. A dieci anni prende parte, tra le fila dello U.S. Olympic Development Program, ad un torneo under 14 a cui partecipano anche i pari grado di Juventus e Lazio. Grazie alle sue prestazioni, la compagine statunitense si aggiudica la competizione e Freddy attira su di sé l’attenzione di molti club europei, su tutti l’Inter di Massimo Moratti. I nerazzurri offrono un milione di euro per convincere la famiglia di Freddy a trasferirsi a Milano, ma non è ancora tempo per il grande salto nel calcio del Vecchio continente e quindi, spinto dalla madre, Freddy rifiuta l’offerta nerazzurra, posticipando solo di qualche anno lo sbarco in Europa.

Diventato nel 2003 cittadino americano a tutti gli effetti, Adu continua il suo rapido avvicinamento al calcio che conta. Come già accennato, nel 2004, a 14 anni, firma un contratto pro con i D.C. United, squadra di Washington, diventando il più giovane atleta americano ad aver mai sottoscritto un accordo professionistico in oltre cento anni di storia di sport americani di squadra. L’esordio avviene il 3 aprile 2004 contro i San Jose Earthquakes e dopo sole due settimane, il 17 aprile, arriva la sua prima marcatura da professionista, contro i New York Metrostars. Dopo 87 presenze tra le fila dei D.C. United (condite da 11 goal) ed un fugace passaggio nei Real Salt Lake, nel 2007 la giovane seconda punta di origine ghanese finalmente sbarca in Europa, anche grazie alle eccellenti prestazioni fornite con la maglia statunitense (su tutte quella contro il Brasile di Pato), durante il Mondiale Under 20 giocatosi in Canada nel luglio dello stesso anno. Ad ingaggiarlo, i portoghesi del Benfica che, per assicurarsene il cartellino, sborsano una cifra vicina ai due milioni di euro.

L’impatto con il calcio europeo è abbastanza positivo. Nella sua prima stagione tra le fila dei lusitani, l’appena maggiorenne Adu, tra Primeira Liga e Coppa portoghese, colleziona 18 presenze impreziosite da 5 reti. Un buon bottino se si tiene conto delle oggettive difficoltà dovute al passaggio da un campionato in crescita, anche se non ancora particolarmente competitivo come quello a stelle e strisce, ad uno di buona qualità come quello portoghese. Sembra comunque l’inizio di una luminosa carriera, nonostante Freddy non sia di certo "il nuovo Pelè”, così come qualche imprudente commentatore aveva marchiato a fuoco lo statunitense dopo il suo esordio a 14 anni in MLS. Ma, inaspettatamente, da questo momento in poi, l’involuzione calcistica di Freddy diventa evidente. Nella 2008-2009 passa in prestito ai francesi del Monaco (nessuna rete in 9 apparizioni in League 1), prima di ritornare a giocare in Portogallo, questa volta in prestito al Belenenses. Rimane tra le fila della terza squadra di Lisbona per circa sei mesi (4 presenze, 0 reti), prima di trasferirsi, nel gennaio 2010, in Grecia, all’Aris Salonicco, con la formula del prestito con diritto di riscatto in favore del club ellenico. La nuova avventura però si rivela un calvario: dopo solo sei mesi di prestito (9 presenze, 1 rete) l’allora tecnico dell’Aris, quell’Hector Cuper che i tifosi italiani conoscono molto bene, mette fuori rosa la seconda punta statunitense, non convocando Adu nemmeno per il ritiro estivo. La rottura è inevitabile. Dopo aver rescisso il contratto di prestito con la formazione greca, pur rimanendo ancora formalmente di proprietà del Benfica, Freddy inizia a girovagare per l’Europa, allenandosi prima con l'Ingolstad, club della Zweite Liga tedesca, poi con il Sion, squadra di prima serie svizzera, infine con il Randers, compagine del massimo campionato danese. Prima della risoluzione consensuale del contratto che ancora lo legava al Benfica e del ritorno in patria con la maglia dei Philadelphia Union, Freddy fa infine in tempo a disputare metà stagione nel Caykur Rizerspor (11 presenze, 4 reti), formazione di serie b turca.

Forse il ritorno in patria potrebbe restituire alla carriera di Freddy quello smalto perduto durante l’esperienza europea. O forse Adu semplicemente finora non è mai stato in grado di mantenere quelle pesantissime aspettative che tutto il movimento calcistico statunitense ha riposto per diverso tempo in lui. In fondo, non sarebbe il primo caso di grande promessa che alla prova del nove si rivela essere niente di più che un discreto mestierante. Potrebbe però esserci una seconda ipotesi, diciamo un po' più fantasiosa. Anziché puntare su glorie in dismissione provenienti da campionati ben più competitivi, per favorire il famoso scatto di reni qualitativo di cui abbiamo parlato all’inizio di questo post, la MLS potrebbe aver provato ad importare nel panorama calcistico quei metodi di creazione di fenomeni mediatici tanto cari all’industria musical-cinematografica statunitense. Un campione creato in laboratorio con l’aiuto di mezzi di comunicazione, sponsor, movimento calcistico nazionale. In questo caso però, a differenza di quanto accade con molte delle star musicali o cinematografiche create in vitro, l’impatto con la realtà ha finora bocciato l’esperimento. Ci auguriamo che Freddy riesca ad invertire la rotta, soprattutto per sé stesso. A 22 anni non è il tempo a mancargli. Nel frattempo, però, negli U.S.A. continuino pure a sbarcare i vari Marquez, Henry, Keane...

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